
Michele Gardini
"Tino"
A volte i soprannomi non rispondono a un perché:
o non ne hanno nessuno, o ne hanno più di uno. "Tino"
non ha alcun senso, e mi è venuto in mente quasi per caso. Tra i tanti
scenari grandiosi del Sudamerica che si sarebbero potuti evocare, mi sono
ridotto a ispirarmi – per il nick, si capisce – a uno spericolato
calciatore colombiano ormai semitumulato nell'oblio, Faustino
Asprilla.
I miei studi pianistici? Precoci e tutt’altro che spericolati, condotti
anzi sotto gli sguardi corrucciati di numi severi, come Johann
Sebastian Bach e Ludwig van
Beethoven. Dopo alcune divagazioni musicali con altri strumenti, ho
ripreso per lunghi anni la pratica del pianoforte che avevo iniziato da bambino.
Amo le melodie che ricordano i pascoli ridenti e le verdi plaghe del nord
Europa, gli abeti, la neve, Santa Klaus e le sue renne: che diavolo ci sto
a fare dunque in un gruppo latino-americano?
Provo a spiegarmelo così: si tratta di un nobile adulterio musicale,
consumato in piena liceità e alla luce del sole, che mi ha portato
in dote inattese meraviglie musicali, e ancora oggi non ha terminato di donarmi
le sue ricchezze. Molti fattori mi hanno spinto al tradimento: citerò
innanzitutto l'amicizia e la stima che mi lega agli altri musicisti del gruppo,
la comune pratica ultradecennale che con alcuni ho condiviso nel complesso
Spirituals Ensemble, il
gusto dell'esotico, la voglia di sperimentare e, per così dire, di
"uscire dalla propria pelle"...
Nel mio modo di suonare così poco ortodosso e – forse –
imperfetto restano tracce, sedimenti e richiami di tutte queste esperienze:
le amo tutte e non ne rinnego nessuna. Non sono più un classico, ma
neanche sono diventato un sudamericano. In tempi di mescolanza etnica e culturale,
sono almeno un esempio di natura musicale ibrida.
